Nazione

di Sara Gamberini

Nazione

di Sara Gamberini

Non sono mai stata molto legata al mio paese, non ho mai avuto delle tradizioni da onorare o vecchie abitudini familiari da seguire per conforto o per consuetudine, sono nata in una famiglia rivoluzionaria e abbastanza disfunzionale che si è opposta con ostinazione alle tradizioni dei nonni e dei bisnonni e ha rinnegato con forza le sue radici. Tutto era nuovo. Noi siamo cittadini del mondo, ci diceva sempre mia madre, quando la interrogavamo bisognosi di un orientamento.
Onoravamo la ribellione.
Crescendo ovviamente ho sviluppato una grande passione per tutti i tipi di tradizione, le ho cercate ovunque, le ho studiate, desiderate, sognate, osservavo con ammirazione le radici degli altri, quelle di cui tentavano di liberarsi, e desideravo sottrarne qualcuna per me, immaginavo di prendermene cura, di custodirla a modo, di ripulirla dal disinteresse e dall’inutilità.
Le mie origini sono carniche, campane e emiliane, ma sono cresciuta a Verona, una città che in famiglia eravamo tenuti a detestare. Fascisti, bigotti, chierichetti, li chiamava mio padre. Vivevamo qui, e da qui non ci siamo mai spostati, ma la nostra presenza a Verona doveva sembrare casuale, come se fossimo pronti ad andarcene appena possibile. Non amavamo i cibi veneti, le feste tradizionali venete, il carnevale veneto, le sagre venete, le abitudini venete, i discorsi dei veneti. Abitavamo un altro luogo, misterioso e distante da tutti.
Eravamo cittadini del mondo ma non viaggiavamo mai, il mondo allora lo immaginavamo. Come sarebbe bello essere islandesi, pensavamo. O spagnoli, danesi. Mia madre a dire il vero desiderava vivere in una roulotte e non appartenere a niente e a nessuno. Sognava di essere libera e lontana. Le persone la insospettivano, era convinta che dietro a chiunque si nascondesse un tradizionalista, bigotto, moralista, traditore d’amore, che avrebbe prima o poi contrastato la nostra rivoluzione. Davamo retta solo ai balordi e ai visionari. Persone che ci hanno sempre complicato la vita, ma che adoravamo nonostante tutto.
Da quando è nata mia figlia ho sviluppato una grande passione anche per i riti, non avendo tradizioni a cui fare riferimento, me li sono inventati tutti, dopo averli a lungo sognati. Ho capito che avevamo bisogno dei nostri ricordi, come una genealogia invisibile, lontana dalle persone e dalle questioni biologiche.
Li ho chiamati i riti delle tradizioni inventate.
I riti delle tradizioni inventate sono antichissimi e anche completamente nuovi, li ho creati soprattutto di sera, guardando il cielo dalla mia finestra della cucina, e poi ascoltando i racconti di certe persone schive, complicate e lucenti.
Il padre di mia figlia è nato a Dakar, anche se non stiamo più insieme, continuiamo a essere una famiglia che nel tempo si è allargata naturalmente e comprende adesso molti zii e fratellini e amici. È stato un incontro funambolico il nostro, io del tutto sradicata, mentre la sua vita si muoveva interamente dentro la tradizione, tanto che da ragazzo ha spesso avuto il problema opposto al mio, quando desiderava disfarsi di una consuetudine, sapeva bene che avrebbe dovuto fronteggiare prima il disaccordo dei familiari.
I riti delle tradizioni di mia figlia sono molto ricchi e sfaccettati, un misto di tradizioni inventate e animismo irpino e soninke e di tradizioni contadine carniche e campane dei miei nonni, uniti alla mia selvatichezza, così simile a quella di mio padre, una selvatichezza emiliana oserei dire, vicina al desiderio di mia madre di vantare una discendenza zingara o circense e a una mistica botanica del tutto personale, popolata anche dagli antenati africani.
A pensarci bene, è questa la mia appartenenza, sognare di essere nata in Islanda, appendere sopra la porta un mazzo di riso per tenere lontani gli spiriti malevoli, cuocere la polenta sul fuoco, come faceva mia nonna a Maiaso, contestare il moralismo, i pregiudizi, raccogliere l’artemisia, l’iperico, la camomilla, per preparare l’acqua di San Giovanni, raccontare a mia figlia la storia del drago di Avellino, come me la raccontava mio nonno, preparare i passatelli a Natale, indossare sempre un gris gris fatto arrivare per me da Dakar, quell’anno in cui tutto sembrava perduto.

Sara Gamberini vive a Verona, Maestoso è l’abbandono è il suo primo romanzo, uscito nel 2018 per Hacca Edizioni. In autunno, per la casa editrice Topipittori, uscirà Quando il mondo era tutto azzurro, il suo primo albo illustrato, dedicato ai bambini ma non solo per bambini, con le illustrazioni di Elisa Talentino.