Mio zio Fortunato

di Maria Clara Restivo (testo) Benedetta Fasson (illustrazione)

Mio zio Fortunato

di Maria Clara Restivo (testo) Benedetta Fasson (illustrazione)

Lo zio Fortunato è il terzo. La prima è mia madre, tra loro corrono otto anni e un altro fratello. Dopo che sono nata, quando l’ho conosciuto, ho pensato che quel nome portasse con sé una previsione certa e un po’ l’invidiavo. Anche quando nonna mi disse che l’aveva scelto perché anche suo padre si chiamava così e pure il nonno di suo padre, per me fu conferma che nel nostro ceppo materno ci fosse la radice della fortuna che, come nei marciapiedi delle città di mare, sarebbe emersa di tanto in tanto in modo difforme, spaccando l’asfalto e modificando il percorso delle persone.
Quella notte che a mia madre cominciarono le doglie per mio fratello, lo zio Fortunato è venuto a dormire nel letto con me. Mi ricordo che piangevo molto perché non capivo e volevo non capire insieme a mia madre e mio padre, non lì. Avevo quattro anni ancora da compiere.
Lo zio: sai contare fino a venticinque?
No. Fino a dieci.
Allora conta gli sbuffi del lampadario, tre volte. Aiutati con la mano, così.
Dove vai.
Zitta che la nonna dorme. Non mi chiamare.
Finito il secondo giro era tornato: ancora lì sei, aveva detto. Vieni in cucina.
Alle due di notte mio fratello iniziava a pretendere luce e noi lo aspettavamo spaccando in due parti un cornetto alla Nutella, caldo. Il cioccolato colava un po’ a ragnatela e anche io sentivo l’esclusiva. Non era venire al mondo ma la cura della fortuna.
Mio zio Fortunato fa il poliziotto. Ha una macchina a nove posti in cui, quando ti siedi, devi stare attento ai fili. Lo dice sempre: attenta ai fili. Sono cavi elettrici, passano dappertutto, nelle altre macchine o non ci sono o passano sotto o dentro alla carrozzeria, questo io non lo so. Nello sportello del guidatore c’è un buco, il buco per la pistola. La pistola non me la fa mai toccare. Dice che poi si appiccica, che ha una colla speciale, invisibile, che poi mi rimane sulle mani. Che basta toccarla una volta sola. Quando ero più piccola, nei giorni di Natale, di ritorno dal servizio la appoggiava sempre sul tavolo di marmo bianco del soggiorno e io provavo a prenderla, sempre con due mani: pesava che mi tirava verso il pavimento e pensavo che mi avrebbe trascinata al piano di sotto. Una volta mi è caduta per terra con un gran rumore che ha fatto alzare tutti da tavola. Mia nonna è arrivata per prima e ha urlato alla Madonna: Fortunatino! E poi ha detto: ringraziamo Iddio che non è successo niente, per fortuna, ha detto, e della Madonna si era già scordata.
Mio zio è un poliziotto e per questo ha votato Salvini. Mia madre dice che tutti i poliziotti lo votano, non è per cattiveria. In effetti, mio zio è lo zio più gentile che conosca e anche come uomo, intendo senza la divisa, ha un cuore grandissimo. Ogni volta che qualcuno della famiglia sta in pensiero, lui prende la macchina e si sale fino a Santa Rosalia. Non entra quasi mai, là dentro. Aspetta fuori. Nonna dice che è diggiusto che bisogna dare a Dio quello che è di Dio e a Santa Rosalia chiedere un po’ di fortuna.
Per esempio, lo zio è tornato a vivere con mia nonna. Mia nonna ha novantadue anni ma ancora, qualche volta, lo zio la fa salire sul motorino e la porta a fare una passeggiata, lei non ha paura, attacca le mani bianchicce e lisce alla giacca del suo Fortunatino e non le serve più niente, nemmeno la paura di cadere le serve più.
Spesso lavora a Lampedusa, lo zio. Stanno lì sul molo e aspettano i migranti. Io ci sono stata, una volta, a Lampedusa. Sono stata lì in vacanza mentre lui stava in servizio e ho visto tutto. I corpi piegati a spigolo, la distanza tra loro e la polizia, la distanza tra me e loro, la distanza tra loro e il mare. Lo zio che ha detto a uno: non mi toccare mi attacchi qualcosa. L’ho vista la distanza tra loro e loro. Poi però mio zio è entrato in caserma ed è tornato con una cassa d’acqua sulle spalle e una sotto il braccio. Ha gli occhi buoni, mio zio. Nella parte destra dell’occhio destro ha una macchietta di colore più chiara come se gli fosse caduta una goccia di whiskey. Dice non mi toccare ma poi gli allunga le coperte e gli chiede come stanno, da questa parte del mare. Lui lo sa che il mare ha due lati, me lo dice sempre.
La moglie gli ha tolto tutto: le mie cugine, i soldi, la tessera del supermercato, moltissimi soldi e la possibilità di essere famiglia. Mio zio si cura i denti in Croazia. Prende la sua nove posti e attraversa la Sicilia, da Palermo a Messina e poi risale e arriva fino in Croazia. Nella nove posti si dorme comodi, quando abbassi i seggiolini. Sua moglie non è più mia zia. A lei non piaceva la nove posti.
A novembre mio zio ha avuto un tumore. Gli hanno tolto poi il rene sinistro, si è fatto operare a Milano ma non ha potuto guidare con la nove posti. Ha preso l’aereo e poi un taxi e anche la metro, per arrivare in ospedale. Io ho aspettato che mio zio uscisse dalla sala operatoria, ero da sola e quando mi ha visto lo zio Fortunato, mi ha chiesto come stai. Io stavo male e pensavo che se Salvini chiudeva tutti i porti lo zio non avrebbe più lavorato da questo lato del mare. Sto bene, zio. Quella goccia chiara nel suo occhio si è scontrata con la luce del neon e si è fatta tutta bianca. Tu come stai. Fortunato di nome, fortunato di fatto.

Maria Clara Restivo è cresciuta sopra a una stazione. Ha passato i trent’anni e non è ancora riuscita a trovare il posto giusto dove abitare. Per ora la sua casa è a Torino, tra i due fiumi. Si occupa di scrittura e di parole, proprio in questo momento sta ultimando il suo secondo romanzo.